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GIORNALISTA
L'autobus si riempie di polvere, di fumo e di odori. Sobbalza a
ogni buca. Habib si tocca la camicia e conta i soldi di oggi. Io
guardo la città di Kabul che si allontana e le capanne che
si avvicinano. Piccoli Habib con gli occhi vivaci aspettano davanti
la porta. Mi guardano, li guardo.
"I miei fratelli", dice Habib in inglese."Mio padre
e mia madre", dice in afghano.
Aspettano.
Tiro fuori caramelle, soldi, penne e blocchetti di carta. Il tesserino
di giornalista, una fotografia.
"Cosa aspettate"? Chiedo al mio amico.
Le mani di Habib frugano nelle mie tasche e nel mio portafoglio,
nella mia borsa, nel taschino della camicia. Poi trova un pezzo
di carta e un brutto disegno abbozzato nel pomeriggio: il vialone
del quartiere residenziale di Kabul, i bambini che vendono i giornali,
polvere e fango, sporco e povertà sotto forma di segni irregolari
e pesanti. GOCCE di sudore umano.
L'ultima notte. Domani sono a casa, tra profumi, visi, emozioni
normali.
Habib e i suoi guardano il disegno e indicano i segni che ho tracciato
sul foglio. "C'è la PIOGGIA, nel disegno, solo
quella loro aspettano.
Una notte. Domani Habib ricomincia il suo giro di giornali. Domani
scriverò la sua storia, in inglese, e lui la leggerà.
Uomini mascherati da BAMBINI. Bambini ingannati nell'età
e traditi dal lavoro.
DAL NOSTRO INVIATO
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