|
Il lustrascarpe
Dice qualcuno che si muoveva in bicicletta,
il lustrascarpe. Arrivava la mattina presto, apriva la cassetta
degli attrezzi, tirava fuori spazzole, lucido e anelina
e sistemava il pezzo di legno su cui far poggiare il piede del signore.
E il piede arrivava, prima l'uno poi l'altro. C'erano, infatti,
sul coperchio della scatola due sagome di legno che indicavano dove
poggiare i piedi. Eh già, perché le scarpe non lasciavano
mai i piedi del loro proprietario, rilassato, col giornale aperto
o la bocca a fumare.
Toglieva il fango e la polvere, passava le vernici,
spazzolava e strofinava. A dire il vero anche le sue scarpe avrebbero
avuto bisogno di sosta e strofinaccio, se lui era di quelli ambulanti
che, cassetta a tracolla, arrivavano a piedi all'angolo della
strada, vicino al caffè.
Toc!
Tocca all'altro piede. Il colpo di spazzola sulla cassetta sveglia
il signore assopito in chiacchiere e continua l'opera del lustrascarpe.
Dice qualcuno che il mestiere nacque nel 1806, quando un facchino
lucidò in segno di ossequio gli stivali di un generale francese
e ne fu ricompensato con una moneta d'oro. Ma fu durante l'occupazione
anglo-americana che comparvero gli sciuscià, i ragazzini
napoletani sempre pronti a offrire il loro shoe-shine, a
tenere pulite le scarpe di soldati e civili.
Oggi è vecchio, ma "già prima della guerra era
faticoso, incerto e di pochi soldi pulire le scarpe degli altri",
dice qualcuno.
<<<
© 2003-2007 Alessia Rapone. Tutti i diritti riservati.
|