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Il tranviere

- Che faccio, vado avanti?
- Sììì!
E i ragazzini della scuola già gustavano la scena in cui tram, tranviere e tutta la gente in carrozza sarebbero saltati per aria per lo spavento, e per il divertimento.
- Che faccio, mi fermo?
- No che fai tardi!
E il tram soccombeva ai petardi lasciati sulle rotaie della vecchia via Tiburtina, giusto giusto di fronte alle finestre della sorella del tranviere, cioè mia nonna.
Incitavano e ridevano, i ragazzini troppo svegli, e rideva anche zio Ugo nella divisa d'ordinanza.

Fare il tranviere, allora che c'erano i tram e quelli che c'erano si voleva che restassero, era un servizio importante, un mestiere da rispettare, ragazzini a parte.
Portare in giro le persone, conoscerne alcune e poter perfino sbirciare nelle loro abitudini non era cosa da poco, se qualcuno a distanza di anni chiamava zio Ugo per strada e gli faceva notare che era più bello quando in alto sul sedile dirigeva il treno di città.

Il tram

Ma il tram non è come il treno e gli addii sono, per fortuna, meno frequenti e meno duraturi. I viaggi, però, sono sempre importanti, e mia nonna ricorda quando col fratello tranviere salutarono due cugini appena sposati. Cominciava il loro viaggio di nozze: sul tram, in giro per Roma.

E sulla "circolare" un altro uomo in divisa lavorava col ferroviere di città: era il bigliettaio.
Alto, serio eppure col sorriso per i bambini curiosi come me, staccava i biglietti leggeri rosa, verdi e bianchi e dava il resto in monetine di lire. Uno all'inizio uno alla fine, i due uomini del tram ci portavano a spasso e a me piaceva sedermi sui sedili duri di legno. Il treno, non l'avevo ancora mai visto.





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