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Il tranviere
- Che faccio, vado avanti?
- Sììì!
E i ragazzini della scuola già gustavano la scena in cui
tram, tranviere e tutta la gente in carrozza sarebbero saltati
per aria per lo spavento, e per il divertimento.
- Che faccio, mi fermo?
- No che fai tardi!
E il tram soccombeva ai petardi lasciati sulle rotaie della vecchia
via Tiburtina, giusto giusto di fronte alle finestre della sorella
del tranviere, cioè mia nonna.
Incitavano e ridevano, i ragazzini troppo svegli, e rideva anche
zio Ugo nella divisa d'ordinanza.
Fare il tranviere, allora che c'erano i tram e quelli che
c'erano si voleva che restassero, era un servizio importante,
un mestiere da rispettare, ragazzini a parte.
Portare in giro le persone, conoscerne alcune e poter perfino sbirciare
nelle loro abitudini non era cosa da poco, se qualcuno a distanza
di anni chiamava zio Ugo per strada e gli faceva notare che era
più bello quando in alto sul sedile dirigeva il treno
di città.

Ma il tram non è come il treno e gli addii
sono, per fortuna, meno frequenti e meno duraturi. I viaggi, però,
sono sempre importanti, e mia nonna ricorda quando col fratello
tranviere salutarono due cugini appena sposati. Cominciava il loro
viaggio di nozze: sul tram, in giro per Roma.
E sulla "circolare" un altro uomo in divisa lavorava
col ferroviere di città: era il bigliettaio.
Alto, serio eppure col sorriso per i bambini curiosi come me, staccava
i biglietti leggeri rosa, verdi e bianchi e dava il resto in monetine
di lire. Uno all'inizio uno alla fine, i due uomini del tram ci
portavano a spasso e a me piaceva sedermi sui sedili duri di legno.
Il treno, non l'avevo ancora mai visto.
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© 2003-2007 Alessia Rapone. Tutti i diritti riservati.
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