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Lavoro con i piedi. Il calzolaio.

Oggi la scarpa non si fa, si ripara.

Chissà perché le botteghe dei calzolai sono sempre piccole e buie. Il bancone di lavoro è sporco e la scaffalatura dietro piena di paia di scarpe di tutti i tipi, misure e materiali. Ci sono scarpe da uomo e scarpe da donna. Sembrano tutte antiche, come questo mestiere che inizia già ai tempi dei centurioni romani con i loro sandali di cuoio intrecciati fin sotto il ginocchio.

Vedo un martello, una tenaglia e un marca punti con la rotellina dentata per segnare i punti da dare sulla suola delle scarpe. Il vero strumento del calzolaio, però, è la lesina: "robusta asticella d'acciaio appuntita, che serve per forare il cuoio che deve essere cucito". Non la vedo oppure non la so riconoscere. Vedo però una forma, il modello per la scarpa e mi viene in mente mio nonno e quella strana parola che un giorno uscì dalla sua bocca, "tomaia". Pensavo fosse una parolaccia.

Ritiro gli scarponcini di pelle nera e mi accorgo che il tacco non è stato fatto bene: gomma sintetica come quella dei pneumatici dell'officina di macchine e grasso che sta accanto alla bottega copre il tacco troppo usato. Camminare è impossibile e inizio a discutere con l'omino dell'antico mestiere che mi piace più di tutti.





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