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Lo scrivano
Non è avvocato, medico o professore. Non è maestro, e non insegna.
Scrive all'angolo della strada, tutto stretto tra tavolo, sedia,
carte e clienti. Si fa pagare, lo scrivano, ma pochi soldi vede
e tanta roba accumula. Polli e uova, qualche frutta, un po' di vino.
E scrive, ascolta e scrive.
Io lo chiamo scrivano, quando lo chiamavano "scribacchino" e gli
raccontavano i problemi con la terra acquistata, col figlio lontano,
coi parenti litigiosi. E lui scriveva lettere e riempiva
i fogli già ingialliti con l'inchiostro del pennino. Com'era bravo
e veloce, quando copiava pensieri e parole di lettere vecchie e
di messaggi già arrivati a destinazione. E com'era bravo quando
leggeva ad alta voce le risposte ai messaggi e alle lettere. Qualcuno
avrebbe letto meglio, ma il cliente era analfabeta, o aveva
la vista difettosa, o andava di fretta. E allora correva da lui.
Lo scrivano diventava intellettuale di professione. Dava
anche consigli di ragioneria, di medicina e di pratiche religiose
e superava, per arguzia, convincimento e passione, gli altri intellettuali
impegnati a fare il loro lavoro. Prete compreso.
E il tavolo diventava scrivania, scranno, confessionale e lo scritto
una piccola opera d'arte, fatta in serie.
Aveva studiato, lo scrivano vestito di scuro?
Sapeva leggere, scrivere e fare di conto e
pazienza se i voti di quella scuola che ancora non era d'obbligo
gli davano sufficiente in "lavori manuali o lavori donneschi" e
"storia", aveva studiava tutto il resto e ora lo metteva in pratica.
Dopo la seconda guerra mondiale, con la scuola d'obbligo, il mestiere
di scrivano scompare e così il suo nome.
"Scribacchino" è oggi uno che scrive sotto comando, con la testa
china e la voce muta. E invece Totò - lo scrivano pubblico Don Felice
- urlava la "Miseria e Nobiltà" di Napoli e quella della
sua categoria.
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© 2003-2007 Alessia Rapone. Tutti i diritti riservati.
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