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Il burattinaio
Siamo in pochi, siamo sempre stati pochi, noi burattinai. Del resto,
che mestiere è il nostro?
Tirare un carretto con dentro dei pupazzi, infilare la
mano dentro ciascuno di essi e parlare con altre voci, raccontare
altre storie, nascondersi alla gente. E sentire dal buio le risate,
gli urletti e i silenzi del pubblico bambino che ti vuole curvo
e sconosciuto sotto il palcoscenico del piccolo teatro.
Se ti va bene, il pupazzo lo fai tu, il burattino diventa la ragione
della ricerca di colla e vernice, di gesso e di stoffa per fare
i vestiti e inventare personaggi. Se ti va bene, sei un artigiano,
oltre che un cantastorie fasullo. Se ti va male, Pulcinella ti perseguita
nei sogni e ti rovina la fantasia: ogni giorno le stesse storie
e ogni notte quelle che non puoi raccontare.
Comunque, io preferisco il burattino, tutti i burattini,
alla marionetta, forse perché lui è uomo come me, mentre la marionetta,
ambigua e irriverente, mi ricorda certe donne che non so capire.
Quelle che accompagnano i bambini
a vedere i miei spettacoli senza mai guardarli loro, vergognandosi
di certe risate, di certi giochi, di un certo me sulla scena.
Eppure io non compaio mai! Compare Pulcinella, i briganti e Mangiafuoco,
compaiono la signora Grassa, il signore Buffo e il ladro Tutto Matto.
Compaiono alla solita ora, quando fa più caldo d'inverno la mattina
e quando è meno caldo d'estate la sera. Hanno le crepe attorno alla
bocca e gli occhi perdono vernice, però mi guardano e mi chiedono
di dargli vita e di raccontare le loro storie. E allora basta la
mano per sollevarli da terra e dare forza al capo.
"Si comincia, bambini! State attenti alla scena, seguite l'intreccio,
nessuno è perfetto…!"
Il burattino, l'uomo reso eterno.
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© 2003-2007 Alessia Rapone. Tutti i diritti riservati.
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