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La sarta

Cuce tutto il giorno, il sarto sotto casa. Vicino alla finestra con gli occhi bassi e gli occhiali bordati di nero, non si cura di chi passa e corre e parla. Lui attacca bottoni e imbastisce orli. Lui, che era un principiante, è divenuto principe del filo e dell'ago.

La sua bottega è un lungo corridoio fatto di stoffe, di modelli di carta velina, di metri penzolanti e di pezzi di giornale. C'è l'anta sbilenca di un armadio e c'è il grosso specchio che fa confusione, e non profondità.
Alla fine del corridoio si affaccia spesso la voce di sua moglie, sporcata dal gesso grigio con cui disegna il modello sulla stoffa e resa roca dal fumo dei ferri da stiro. Bottega e retrobottega, principe e principessa dividono così il loro regno e si domandano perché il tempo industriale ancora non li divori.

Una Singer nera nera, un merletto che la decora, il velluto verde su cui poggia fanno mostra nella camera da pranzo dei miei genitori. Il sarto sotto casa non fa abiti da sposa, i vestiti uniforme vanno di moda e costano poco, lui non ha né figli né apprendisti. E sua moglie, ragazza di una volta, è sarta senza vetrina e senza occhiali.


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