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Il correttore di bozze

Lunghe tavole a ridosso della parete, basse lampade che fanno luce. Una schiera di uomini con le maniche tirate su e lo sguardo attento. C'è anche un ragazzetto, uno studentello universitario già con gli occhiali da prof. e una strana agitazione dentro. Ma lui sa che deve essere calmo, attento e paziente. Lui, come gli altri con le maniche rivoltate, è un correttore di bozze.

Le grosse macchine linotype fanno ora silenzio, alte e lucide, con una larga tastiera da dattilografia, hanno lavorato fino a pochi istanti fa: un tasto premuto e scende la matrice di una lettera o di un segno grafico, si allinea per formare una parola e comporre una riga di giornale. Poi la fila delle matrici viene trasportata per essere caricata di piombo liquido e fare colonna con le altre righe già fuse. E' una colonna di righe metalliche, leggibile a rovescio da destra a sinistra, piena di errori, refusi, sporcizia. Bisogna farne una bozza - una striscia di carta bagnata viene premuta sulle righe di piombo inchiostrate per averne impressione - e passarla allo studentello universitario.

Saltano fuori "pesci", le righe del manoscritto saltate dal tipografo, saltano fuori "gamberi", le righe ripetute dal tipografi per sbaglio, salta fuori una vita difficile, il sogno di giornalista, i pochi guadagni. Il mestiere di capro espiatorio.
Via i pensieri bui, il correttore di bozze non può sbagliare, è lì per scovare l'errore, degli altri e far trionfare la perfezione della cultura. E questo gli piace.

In Italia non esiste nelle redazioni dei giornali la figura del copy editor, moderno correttore di bozze. Peccato, lo studentello universitario di inizio '900 avrebbe gradito e poi chissà se, una volta dentro, sarebbe diventato giornalista.



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