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I diritti degli atipici

Sono oltre 5 milioni. In Italia intermittenti, interinali, cocco, lavoratori a progetto, free lance e occasionali sono in decisa crescita, segno tangibile del lavoro non standard. Gli atipici rappresentano la nuova faccia del lavoro, un quarto del mercato. Si tratta di coglierne l'identikit e la funzione, ma anche di evitare disparità e asimmetrie con gli altri lavoratori standard.
La riduzione delle differenze passa attraverso un vero e proprio "manifesto dei diritti minimi degli atipici", in sette punti, che risolverebbe problemi di giustizia e di cittadinanza. Eccoli.
Al primo posto vi è il trattamento di malattia e l'infortunio: non tutti ne sono coperti. Al secondo posto, la maternità: chi è fuori dall'Inps non ce l'ha. La terza questione è l'accesso al credito: accendere un mutuo per la casa, avere prestiti per la formazione o per acquistare un computer o del software.
Il quarto punto è quello dei diritti sindacali: diritto di riunione e di rappresentanza per tutti gli atipici, sperimentando anche formule "a distanza" e di aggregazione territoriale. Al quinto posto vi è la continuità del reddito: un'indennità tra una missione e l'altra, il diritto a una sorta di liquidazione, un binario preferenziale per future assunzioni stabili. Il sesto tema ha a che vedere con la nascita di servizi all'impiego e di orientamento per gli atipici. Mentre il settimo punto riguarda la questione previdenziale: ricomporre contributivamente una carriera a pezzi.
Sette diritti minimi, per evitare discriminazioni di cittadinanza.

Walter Passerini, Palomar, CorriereLavoro, venerdì 16 luglio 2004


Atipici e "cococo" a caccia di diritti

A chiudere il cerchio della riforma del lavoro, manca infine una parte altrettanto decisiva, che per semplificare chiamiamo "il nuovo Statuto dei lavori". E' una questione cruciale, sulla quale si sono cimentati esperti e giuristi, alla quale viene attribuito il compito di ridisegnare il sistema di tutele previste dalle norme e dal diritto del lavoro. Compito non facile, per alcuni impossibile.
Il tema è centrale. Non si tratta di togliere a qualcuno per dare ad altri, ma di ridurre ed eliminare l'asimmetria del mercato del lavoro che ha messo in luce l'esistenza di un'ampia fascia di lavoratori senza diritti. Insomma, è come se esistesse un bacino di forza lavoro marginale.
Parliamo, anche qui per semplificare, dell'esercito dei precari, atipici, "cococo", collaboratori, "free lance" e così via, il cui posizionamento sul lavoro può anche essere contrattualmente forte, ma sul piano delle tutele è decisamente debole. Questa fascia di lavoratori, costituita da milioni di persone, rappresenta anche, paradossalmente, una fonte di concorrenza sleale nel mercato del lavoro e tra le imprese. Tra chi è titolare di diritti e chi no. E questo sulla base della formula contrattuale, del tipo di rapporto di lavoro previsto.
E' chiaro che questa situazione non può durare. Anche perché prefigura un diritto del lavoro ancestrale e rudimentale, basato sulla titolarità del rapporto di lavoro e non, come dovrebbe essere, sul diritto di cittadinanza. I temi della cittadinanza sono, tra l'altro, molto concreti. E si chiamano: indennità di maternità, indennità di malattia, infortunio, ma anche accesso al credito, defiscalizzazione delle spese di produzione, previdenza e così via.
E' inaccettabile per una società civile moderna assistere a una divisione tra cittadini di serie A e di serie B sulla base del tipo di formula contrattuale e lavorativa. I diritti sono tali indipendentemente dalla posizione contrattuale, ma in base alla cittadinanza. Pari dignità significa dare anche maggiore dignità alle stesse formule contrattuali.

Walter Passerini, CorriereLavoro, venerdì 24 settembre 2004


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