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Luciano Gallino, La scomparsa dell'Italia industriale.
"Nel XXI secolo, non meno che nei due secoli precedenti,
un paese che non possegga una grande industria manifatturiera,
l'industria in senso stretto, rischia di diventare una
sorta di colonia, subordinata alle esigenze economiche,
sociali e politiche di altri paesi che tale industria
posseggono. Ciò vale in modo particolare per
quei settori industriali che pur essendo nati decenni
addietro, come l'informatica o l'elettromeccanica, o
addirittura secoli, come la chimica e poi l'auto e l'aeronautica
civile, sono oggi più che mai da considerare
essenziali per l'economia del terzo millennio. E' ovviamente
possibile che in quel paese, in quei particolari settori,
operino unità produttive controllate da imprese
straniere, capaci di assicurare localmente occupazione
e reddito. Ma una tale situazione implica che tutte
le decisioni in merito ai livelli di occupazione,
alle condizioni di lavoro, alle retribuzioni,
a che cosa si produce e a quali prezzi,
ai prodotti che entrano nelle case e strutturano
la vita delle persone, saranno prese altrove. Con il
presupposto che i relativi costi economici, sociali
e umani ricadranno sul paese ospitante. Per paesi in
via di sviluppo, che l'industria non l'avevano, potrebbe
essere - in molti casi di fatto è stata - una
soluzione accettabile, almeno per un certo periodo.
Per uno che sia stato tra i primi paesi industriali
del mondo si tratterebbe invece di una rovinosa caduta.
L'Italia sta correndo precisamente questo rischio.
Facendo riferimento ai settori sopra richiamati e al
peso che continueranno ad avere nel prossimo futuro
sulle economie e le società del globo, si constata
infatti che in poco più di quarant'anni, all'incirca
dal 1960, il nostro paese ha perduto o drasticamente
ridimensionato la propria capacità produttiva
in settori industriali nei quali aveva occupato a lungo
un posto di primo piano a livello mondiale. E' il caso
dell'informatica, della chimica, dell'industria
farmaceutica. [
]
Nemmeno è pervenuta l'Italia a far raggiungere
un'adeguata massa critica a industrie dove possedeva,
e in parte ancora possiede, un capitale eccezionale
di competenze, di tecnologia, di risorse umane, come
l'aeronautica civile; è là dove
tale massa critica pareva a portata di mano ha pensato
bene di fortemente ridurla, come è accaduto con
la elettromeccanica high tech (automazione e
controllo, sistemi per il trasporto e la distribuzione
di energia e simili).
Resta un'ultima struttura portante della grande industria,
l'automobile, cioè la Fiat,
impigliata da anni in una crisi strutturale della quale
al momento non è possibile anticipare l'esito.
Se anch'essa dovesse cadere, vuoi perché la produzione
automobilistica si estingue, vuoi perché il suo
controllo viene assunto da uno o più produttori
di altri paesi, l'industria manifatturiera italiana
avrebbe concluso malamente la sua storia".
Luciano Gallino, La scomparsa dell'Italia
industriale, Torino, Einaudi, 2003.
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