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Elio Vittorini, Il Politecnico


[...] E' qualità naturale della cultura di non poter influire sui fatti degli uomini?
Io lo nego. Se quasi mai la cultura ha potuto influire sui fatti degli uomini dipende solo dal modo in cui la cultura si è manifestata. Essa ha predicato, ha insegnato, ha elaborato principi e valori, ha scoperto continenti e costruito macchine, ma non si è identificata con la società, non ha governato con la società, non ha condotto eserciti per la società. Da che cosa la cultura trae motivo per elaborare i suoi principi e i suoi valori? Dallo spettacolo di ciò che l'uomo soffre nella società. L'uomo ha sofferto nella società, l'uomo soffre. E che cosa fa la cultura per l'uomo che soffre? Cerca di consolarlo.
Per questo suo modo di consolatrice in cui si è manifestata fino ad oggi, la cultura non ha potuto impedire gli orrori del fascismo. Nessuna forza sociale era "sua" in Italia o in Germania per impedire l'avvento al potere del fascismo, né erano "suoi" i cannoni, gli areoplani, i carri armati che avrebbero potuto impedire l'avventura d'Etiopia, l'intervento fascista in Spagna, l'"Anschluss" o il patto di Monaco. ma di chi se non di lei stessa è la colpa che le forze sociali non siano forze della cultura, e i cannoni, gli aereoplani, i carri armati non siano "suoi"?
La società non è cultura, perché la cultura non è società. E la cultura non è società perchè ha in sé l'eterna rinuncia del "dare a Cesare" e perché i suoi principi sono soltanto consolatori, perché non sono tempestivamente rinnovatori ed efficacemente attuali, viventi con la società stessa come la società stessa vive. Potremo mai avere una cultura che sappia proteggere l'uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo? Una cultura che le impedisca, che le scongiuri, che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitù, e a vincere il bisogno, questa è la cultura in cui occorre che si trasformi tutta la vecchia cultura. [...]

Occuparsi del pane e del lavoro è ancora occuparsi dell'"anima". Mentre non volere occuparsi che dell'"anima" lasciando a "Cesare" di occuparsi come gli fa comodo del pane e del lavoro, è limitarsi ad avere una funzione intellettuale e dar modo a "Cesare" (o a Donegani, a Pirelli, a Valletta) di avere una funzione di dominio "sull'anima" dell'uomo. Può il tentativo di far sorgere una nuova cultura che sia di difesa non più di consolazione dell'uomo, interessare gli idealisti e i cattolici, meno di quanto interessi noi?" [...]

Elio Vittorini, Il Politecnico, n. 1, 29 settembre 1945 (alcuni frammenti).


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