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Per gioco e per lavoro
Intervista a Bettina Bechert


Entrare in gioco, giocare un ruolo, il gioco è fatto, giocarsi la reputazione, la faccia… mica per gioco: nel linguaggio comune espressioni come queste si usano tutti i giorni. Vorrà dire qualcosa, o no?

L'ho chiesto, in una lunga chiacchierata, a Bettina Bechert, che non è una linguista, non è una giocatrice d'azzardo, e non è nata in Italia. E' una formatrice aziendale.


Il processo formativo è stato spesso paragonato a un viaggio, a un percorso, a una lunga strada, con bivi, segnaletiche e mappe, fino alla meta finale. E se fosse anche un gioco a premi?
Va benissimo anche il gioco a premi, non ci sono limiti per le metafore che devono condurre il gruppo a mo' di file rouge attraverso l'esperienza e devono piacere al trainer in modo tale che riesca a "innamorarsi" del percorso che propone.

Il "gruppo", il "trainer". Di che parliamo?
Parliamo di team reali e virtuali, di motivazione, del mio lavoro.

E l'obiettivo è "migliorare la Performance, i Risultati e la Forza Innovatrice di un Team potenziando, attraverso l'utilizzo della Tecnologia Virtuale e della Diversity dei suoi membri, le Sinergie del team medesimo", sta scritto nel sito Kentro.
Cosa accade in pratica? Organizzate incontri in presenza e formate gruppi reali, di lavoro, e di gioco?

In realtà oggi risulta sempre più difficile distinguere tra team remoti/virtuali e team "reali", che per noi corrispondono al face-to-face. Quasi tutti i team che sono collocati nella stessa location si avvalgono di mezzi di comunicazione a distanza e quelli remoti cercano di creare occasioni per incontrarsi. Se vogliamo, si tratta di una questione di "dosaggio".
Con i team reali gli interventi sono un mix tra attività esperienziali - ecco i giochi didattici - e attività di discussione-confronto che servono al team per darsi le basi su cui lavorare. Soprattutto in Italia il face-to-face è molto sentito. Le persone si vogliono vedere, toccare, annusare e avere tanti spazi informali a disposizione. I nostri interventi vengono quindi spesso agganciati a un "kick-off meeting" per l'avvio del team e ad altri meeting nel corso dei lavori che il team organizza.

Gioco e simulazione sono oggi impiegati in contesti aziendali e d'apprendimento, sia reale che virtuale, dunque. Pensi che si possa percorrere questa strada anche nel lavoro quotidiano e non solo nei kick off o in momenti stabiliti e decisi da un formatore?
Teoricamente si, in pratica una delle criticità principali che emerge dalla mia esperienza come trainer è che le persone sono esposte a scadenze molto pressanti: durante la loro ordinaria attività lavorativo corrono, non hanno, e non si danno, il tempo per elaborare. L'esperienza, anche quella lavorativa e di gruppo, infatti, rimane poco utilizzata e interiorizzata.
Uno degli aspetti maggiormente apprezzati è il fatto che in un contesto formativo/ di laboratorio le persone si sentono autorizzate a "staccare la spina", a prendersi il tempo stabilito per se stesse (è proprio un patto che si stabilisce insieme).

Quali dinamiche entrano in gioco? E quali sono, in genere, i risultati?
Visto che diamo vita a esperienze, in aula, simili a quelle della vita lavorativa e posto che le esperienze cambiano a secondo del tema che vogliamo mettere a fuoco, è importante che le persone si mettano in gioco con entusiasmo. In genere, le persone si buttano sull'esperienza in modo "ingenuo", si divertono a giocare, tornano bambini. Nella razionalizzazione successiva, invece, si rendono conto della non casualità di quanto è avvenuto. Quanto più il vissuto è agganciato a una forte emotività, tanto più rimane. I risultati sono generalmente qualitativi e non quantitativi.

Gioco come liberazione di energia e ricordo di attività ataviche. Gioco come funzione dello sviluppo. Gioco come apprendimento del piacere. Gioco come rispetto di regole e di ruoli… In breve, perché giocare, ancora? Perché far giocare gli adulti?
Il gioco è la nostra prima forma di apprendimento, aiuta a decontestualizzare e a sdrammatizzare. I temi che hai citato sopra sono temi che attraversano tutta la nostra storia. Anche nella vita lavorativa dobbiamo attivare le nostre energie, essere motivati e vivere la nostra attività lavorativa in modo piacevole; e poi sviluppare regole e darci ruoli per garantire il buon funzionamento del gruppo. Tutto questo lo sappiamo già fare, ce lo insegnano da piccoli, il punto è che le modalità che abbiamo sviluppato non necessariamente sono efficaci: pensiamo, per esempio, di essere buoni ascoltatori per poi renderci conto, proprio nel gioco, che lo siamo molto di meno di quanto pensassimo.
Del resto è poco probabile facilitare un apprendimento efficace nell'area delle capacità - saper essere e saper fare - facendo una lezione frontale e proiettando lucidi che dicono "Bisogna ascoltare con attenzione… Non bisogna interrompere l'altro…".

Quanto c'è di giocoso, di fatica e di lavoro nelle tue attività lavorative quotidiane?
E' un buon mix di tutte e tre: ci deve essere il gioco e il divertimento, ma c'è anche lavoro e fatica. Alla fine di una giornata di aula si esce solitamente stanchissimi. Il gruppo ti cerca, sei il punto di riferimento, non puoi mai staccarti, devi esserci sempre. Lavoro anche, molto, nella fase di progettazione: ogni percorso va preparato ad hoc in base alle reali esigenze del gruppo. Infine, spesso c'è anche la fatica dello spostamento e del viaggio.






Bettina Bechert
, consulente e formatrice aziendale. Insieme a Shirley Soodeen crea Kentro - www.kentro.it -, società di consulenza aziendale specializzata nella formazione di gruppi di lavoro "virtuali". Comunicazione, leadership e project management i programmi che crea su misura dei clienti. Gioco, una delle parole chiave.

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