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Buongiorno Italia - 1958, di Cesare Zavattini
[
] "Tutti hanno voglia di parlare, ora. Parlano e gesticolano,
per cui non si vedono che mani e braccia che si agitano verso il
cielo come piccole mongolfiere, parole di varia grandezza, forma,
colore, parole corte, frasi intere, quelle che si sentono nei discorsi
più comuni, parole che si animano come persone, assumendo
quasi la forma di persone, scure, brillanti, tenere.
Ecco la parola indipendenza, che viene avanti con una certa
aria di sussiego e si incontra a un tratto con la parola stipendio.
Le due parole si guardano un attimo, con un rapido dietro front
si allontanano l'una dall'altra, desiderando evidentemente non avere
rapporti tra di loro, ma poi lo stipendio strizza l'occhio all'altra;
l'opera di seduzione è un po' lunga ma alla fine ecco che
l'indipendenza accetta di andare sottobraccio allo stipendio, però
sembra improvvisamente rimpicciolita, dimagrita, e tutte le bandiere
che le brillavano sul capo si afflosciano. Altre parole: auguri
sinceri - telefonami - dottore, commendatore, avvocato, professore
vengono avanti con una insistenza esagerata volendo sopraffare tutte
le altre parole. Rumorosamente cerca di erigersi davanti a tutti
la frase: Dico sempre quello che penso. Io mi sono fatto con
le mie mani. Ti sarà sempre riconoscente. Giuro. Fammi una
raccomandazione. Se non mi ami, ti uccido. Poi una folata di
Io, Io, Io, scritto in tutte le maniere, con tutte le calligrafie,
pronunciate in tutti i toni di voce, finisce con l'invadere prepotentemente
e definitivamente lo schermo". [
]
È così attuale questo pezzo scritto quasi cinquanta
anni fa.
Il libro l'ho trovato nella libreria di una scuola trasformata in
residence con tanto di piscina in costruzione. Non vecchissimo,
era forse il libro che puzzava di più e con le pagine più
ingiallite e difficili da separare. Una vera scoperta. Una festa
di liberazione.
Cesare Zavattini, Diario di cinema e di vita, in Straparole,
Milano, Bompiani, 1967
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